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Intervistato dal Corriere della Sera, Daniele Orsato ha le idee chiare sul suo futuro. A 47 anni l'arbitro, che in carriera ha diretto 274 partite in serie A, si sente ancora in forma. "Sono il più vecchio e imparo ancora, se lo faccio io allora potete farlo anche voi. Siamo una famiglia. Credo mi vogliano bene perché dico loro le cose in faccia. Io ho imparato tanto dai maestri, come Stefano Farina. Stavo muto e ascoltavo. Lo vede quello lì in fondo? È bravissimo, può diventare internazionale, ma deve stare zitto e imparare. Come ho detto prima davanti a tutti: sono il più vecchio e imparo ancora, se lo faccio io allora potete farlo anche voi".
«Meno serie tv, meno playstation, meno internet. La gente pensa che gli arbitri siano fuori dal mondo, invece sono ragazzi come tutti gli altri. Con gli stessi pregi e gli stessi difetti. E le stesse distrazioni. L’arbitraggio perfetto non esiste, ma bisogna provarci. E la perfezione è fatta di dettagli. I dettagli si correggono lavorando».
«Mi piacerebbe stare ancora con i più giovani, sono a disposizione del nostro presidente Carlo Pacifici e ora sto cercando di imparare da Gianluca Rocchi. Si vedrà».
«Mi piace l’idea di essere un allenatore vero e proprio degli arbitri. Perché gli arbitri vanno allenati nel fisico e nella testa. Adesso però sto benissimo e penso solo al campo: arbitrare è stato il secondo sogno della mia vita e voglio godermelo fino alla fine».
«L’elettricista. Da ragazzino volevo capire perché si accendeva la luce. Ho studiato alla scuola di formazione professionale a Vicenza, poi ho trovato lavoro. Il primo giorno indossai la tuta blu, in mano avevo la cassetta degli attrezzi. Lì capii che ce l’avevo fatta».
«Colpa del caso e dell’insistenza di un amico. Andai con lui alla sezione di Schio perché era più vicina. Rimasi estasiato: tornai a casa e dissi a mia madre: “Entro 16 anni arrivo in A”. Mi prese per un folle. Era il 1992, ho debuttato in A nel 2006».
«Rocchi ha detto ai ragazzi che non devono avere paura di nessuno. Lo penso anche io. Con le buone o le cattive, bisogna farsi rispettare».
(Corriere della Sera)
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