Cristiana Capotondi: “Le calciatrici? Rivoluzionarie pacifiche. Quando morì mio nonno, Totti…”

Le parole dell’attrice e capo delegazione della Nazionale femminile di calcio

di Redazione Golssip

A far innamorare Cristiana Capotondi del calcio è stato suo nonno Giorgio. Ecco il racconto dell’attrice ai microfoni di Grazia: «Sì, aveva quattro nipoti femmine e sono stata eletta come quella con cui condividere l’amore per lo sport. Il nonno aveva lavorato per tanti anni alla Roma Calcio e aveva la tessera vitalizia numero uno. Quando morì la restituimmo e Francesco Totti portò dei fiori, come capita quando muore qualcuno con un ruolo importante nella squadra. La mia passione per il calcio nasce sicuramente da lì. Il nonno era anche un nuotatore, un pattinatore e mi ha insegnato a vedere il potenziale formativo dello sport».

Quest’anno l’hanno nominata capo delegazione della Nazionale femminile. Che effetto le fa? «È stata una gioia, è un lavoro che mi gratifica molto. Credo molto nella lotta delle calciatrici italiane per diventare professioniste (al momento la maggior parte di loro non ha tutela e, a differenza dei colleghi maschi, per sostenersi deve avere un altro lavoro, ndr). Ma le ammiro anche da un punto di vista sociale: le considero delle rivoluzionarie pacifiche».

Delle rivoluzionarie pacifiche? «Sì, perché stanno imponendo un’immagine di donna che mi piace molto, svincolata dalla sensualità e dall’avvenenza: usano il corpo per giocare e lo fanno grazie alla loro determinazione, che nasce dalla loro volontà di realizzare un sogno. Hanno fatto fatica ad arrivare dove sono. Avvicinarsi al calcio da bambine, giocare talvolta con i maschi, essere sempre prese in giro, le ha costrette ad affrontare momenti difficili che le ha rese intelligenti e forti. Dal punto di vista cinematografico direi che le calciatrici hanno compiuto il vero percorso dell’eroe».

È diventata dirigente nel mondo del calcio per i suoi meriti, ma anche perché il Comitato olimpico ha introdotto qualche anno fa le quote rosa nelle federazioni sportive. Pensa che noi donne abbiamo bisogno di quote per raggiungere posizioni di potere?
«Sono un’opportunità, ma a lungo termine possono essere controproducenti. Nella nostra società non ci sono dubbi sul valore delle donne, ma le donne devono prendersi quegli spazi che sono sempre stati tradizionalmente più maschili, come lo sport o le materie scientifiche: hanno gli strumenti per farlo. Perché la “proteina della femminilità”, cioè l’accoglienza, l’ascolto, la capacità di pacificazione, sono utili in ogni ambito».

(Grazia)

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