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Jacobs: “Non abbandonerò mio figlio come fece mio padre con me. Da bambino…”

Getty Images

La medaglia d'oro alle Olimpiadi nei 100 metri e nella staffetta 4x100 si è raccontato in un'intervista senza filtri

alfa

Marcell Jacobs, medaglia d'oro alle Olimpiadi nei 100 metri e nella staffetta 4x100, ha concesso una lunga intervista al Corriere della Sera raccontandosi a tutto tondo. Ecco alcuni estratti.

Dicevano che sarebbe andato a vivere in America.

"Si sono inventati un sacco di cose. Perché dovrei andare a vivere in America? Io sono italiano. Già ho lasciato Desenzano per Roma...".

Qual è il suo primo ricordo?

"Sono nato a El Paso, ma del Texas non mi è rimasto niente. Mi ricordo l’asilo dalle suore, e le prime vacanze in camper con i nonni, Rosanna e Osvaldo. Gli zii correvano in motocross e in mountain-bike: partivamo il giovedì, venerdì le prove, sabato le qualifiche, domenica la gara. Mio zio Giancarlo correva nel campionato mondiale. Poi ebbe un incidente".

A scuola ha mai avuto problemi?

"Per che cosa?".

Per il colore della sua pelle.

"Mai. Non saprei raccontarle un solo episodio negativo legato al colore della mia pelle. Semmai, quando mi facevano disegnare la mia famiglia, ero l’unico che disegnava solo la mamma".

Le è mancato il padre?

"All’inizio sì. Lo subivo. Poi mi sono abituato, e non ci ho pensato più. Dal restarci male sono passato alla mancanza di sentimento: papà non c’è, e basta. Mia madre Viviana ha trovato un nuovo compagno, e nel giro di due anni sono nati i miei fratelli, Niccolò e Jacopo".

È stato un bambino geloso?

"Tutt’altro. Li ho amati moltissimo fin da subito. Finalmente non ero più da solo a casa. In giardino li sottoponevo a un addestramento durissimo: circuito, flessioni, dodici minuti di corsa... Mi sono tatuato le loro date di nascita: 16 maggio 2002 e 25 settembre 2003. Io sono del 26 settembre. Giocavo a spingerli sul passeggino correndo velocissimo e facendo il verso della motoretta, e un giorno dissi alla mamma: grazie per avermi dato i miei fratelli. Adesso faccio lo stesso gioco a Roma con i figli piccoli, Meghan e Anthony".

Non ha mai visto suo padre?

"Quando avevo tredici anni mi hanno portato a Orlando, in Florida, per incontrarlo. Siamo andati a Disneyworld con i suoi parenti americani, è stato divertente. Ma non siamo rimasti in contatto. Fino a quando non l’ho cercato, per ritrovarlo".

Com’è suo padre?

"Si chiama come me, Lamont Marcell, ma è molto diverso. Mamma dice che sono identico a lui da giovane, ma non è vero: lui è decisamente più brutto (Jacobs sorride). È più alto, un metro e 98, e più ciccione. Ed è senza capelli. Come me".

Vi sentite ancora?

"Sì. Siamo riusciti a mantenere un rapporto. Ci scriviamo su Messenger, la chat di Facebook. Il 17 settembre mi sposo, e dall’America verranno in diciotto: lui, la zia, la nonna, due zii, i cugini... E dall’Ecuador verranno i parenti della mia donna, Nicole".

Perché il 17 settembre?

"Perché è il suo compleanno. È della Vergine: un po’ rompiscatole (sorriso), ma affidabile. Se dice una cosa, è quella".

A Massimo Gramellini lei ha raccontato: mio bisnonno ha abbandonato mio nonno, mio nonno ha abbandonato mio padre, mio padre me. E anche lei ha un primogenito con cui non vive.

"È una ricerca che abbiamo fatto con la mia mental coach, Nicoletta Romanazzi. Dovevamo ricostruire la catena degli abbandoni per spezzarla: come se ci fosse una maledizione da sfatare. Non era detto che dovesse essere per forza così, anzi, io non dovevo farlo succedere. Toccava a me interrompere la negatività. Anche per questo ho deciso che dovevo prendermi cura di Jeremy, che è nato quando avevo vent’anni, e ne compie sette a dicembre. Finita questa intervista parto per Desenzano, dove vive, e mi fermo una settimana. È vero, l’ho visto poco. Sta in un’altra città, e d’estate quando è in vacanza io gareggio in giro per il mondo. Ma sono suo padre, e per lui ci sarò sempre. Gli ho regalato l’I-pad, con cui facciamo le videochiamate".

Lei dove ha studiato?

"Le medie dai preti, dormivo in istituto. Poi mi sono iscritto al linguistico, dove eravamo due maschi e ventotto femmine. L’avevo scelto per quello... (sorriso). Ma non sono mai stato uno studente brillante. Così sono finito in un professionale che pareva un riformatorio: cinque anni di risse… almeno l’ho finito. Però ho sempre voluto fare l’atleta".

Non un’infanzia infelice.

"Sul camper dei nonni con mio cugino Elia, che ha la mia età, andavamo a Jesolo, Riccione, Roseto degli Abruzzi; e mi parevano grandi avventure. Poi abbiamo cominciato a viaggiare con la mamma: Calabria, Sardegna, Francia, Spagna, pure in crociera e al carnevale di Bonn, dove tiravano le caramelle. Con gli amici passavamo i giorni di Pasqua in tenda, nei boschi sopra il lago di Garda: i falò, i barbecue…".

Il suo idolo era Carl Lewis?

"No. Andrew Howe. Italiano e mulatto, come me. Ero in Calabria quando vinse l’argento ai Mondiali, e davanti alla tv ho pensato: un giorno salteremo insieme".

E tra i personaggi storici?

"Jesse Owens. Quando ho gareggiato a Berlino all’Olympiastadion ho pensato a lui che vince quattro ori davanti a Hitler, e mi sono emozionato".