Intervista al tennista romano, reduce dalla finale conquistata al Roland Garros

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Flavio Cobolli, uno dei volti delle nuova onda del tennis italiano e reduce dalla finale al Roland Garros, ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera: "Devo ancora rendermi conto di quello che è successo. Mi fermano per strada per parlarmi della partita con Zverev, si è fatta viva gente che non sentivo da anni... Bello, significa che sono riuscito a trasmettere qualcosa alla gente. Quanto a me, mi sto impegnando tanto per rimanere lo stesso".

Pizza e birra per festeggiare, nella notte di Parigi, è stata una scelta di semplicità, in linea con il suo carattere. "Per me è importante rimanere con le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, senza lasciare fuori nessuno. Fare le cose semplici, stare insieme senza tanti pensieri, mi piace".

L’anno scorso, da eroe di Davis a Bologna, prestò la coppa al nonno perché se la tirasse con gli amici. Il trofeo di Parigi che fine ha fatto? "L’avrei dato volentieri a nonno Giulio, papà di papà, ma non sono ancora passato da Roma. Lui è la colonna portante della famiglia Cobolli. Lavorava in Marina: da quando sono bambino, lo chiamo l’ammiraglio".

Della sua geografia degli affetti fa parte anche Guglielmo: dopo il Roland Garros le ha scritto una bellissima lettera aperta. Non vi parlate? "Di sentimenti parliamo poco, comunque non dicendoci mai cose sdolcinate. Però ci scriviamo: nei momenti brutti, o quando mi emoziono, lascio bigliettini in giro per casa. Mamma Francesca, stretta tra tre maschi, è la più espansiva. Fa da mediatrice quando litigo con papà, e succede spesso perché abbiamo entrambi caratteri forti. C’è di buono che non ci portiamo mai il lavoro a cena: le cose di campo, restano in campo. Ma il primo abbraccio della giornata è sempre per mamma".

Edoardo Bove, 24 anni, ex compagno di giovanili a Trigoria, salvato dal defibrillatore dopo un arresto cardiaco il 1° dicembre 2024 con la maglia della Fiorentina, tornato a giocare in Inghilterra. È il suo angelo custode, Flavio? "È il mio angelo in terra, e sono fortunato ad averlo. L’incidente ci ha legati ancora di più. Di Edo mi fido: gli dico tutto, gli chiedo aiuto. Ce l’ho tatuato sulla pelle. Mi piacciono la sua umiltà e generosità, doti che riconosco anche a me stesso".

L’altro amico storico è Matteo Berrettini, che conosce da bambino. Matteo dice che il vostro rapporto è troppo difficile da spiegare: cioè? "Mio padre è stato il suo primo maestro, insieme a Vincenzo Santopadre. Ho sempre guardato a Matteo come a un punto di riferimento, ci siamo un po’ persi quando lui è andato a Montecarlo: era il periodo in cui dovevo ancora decidere se giocare a calcio o a tennis. La vita ci ha separati e fatti ritrovare. Anche lui ha un fratello splendido e una famiglia che lo supporta".

Berrettini è un noto tombeur, lei invece sta da anni con Matilde. "L’ho conosciuta che aveva 16 anni e io 18. Mi ha scelto quando non ero nessuno, in cambio io ho colto subito la sua purezza: non era difficile. Spero che staremo insieme per tutta la vita, che avremo dei figli che ci leghino ancora di più. Io la mia esistenza non me la immagino, senza Matilde. Studia economia sanitaria alla Cattolica, a Roma, sogna di dirigere un ospedale. Mi ha accettato per come sono".

Cosa compone la sua cultura pop, Flavio? Cosa coltiva, oltre allo sport? "Edo Bove mi ha attaccato la passione per la moda e per il bello. Ho imparato ad arredare la casa con oggetti particolari, a vestirmi bene: mi piace essere notato. Non nego di avere una collezione di maglie del calcio però la collaborazione con Brunello Cucinelli mi emoziona: con i suoi abiti addosso è impossibile non essere bello".

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