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golssip gossip musica Max Pezzali: “Da ragazzo ero uno sfigatello. Il successo? Non pensavo che sarebbe durato a lungo”

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Max Pezzali: “Da ragazzo ero uno sfigatello. Il successo? Non pensavo che sarebbe durato a lungo”

Max Pezzali: “Da ragazzo ero uno sfigatello. Il successo? Non pensavo che sarebbe durato a lungo” - immagine 1
Il cantante di Pavia si racconta, dall'adolescenza all'enorme popolarità, dalla musica alle relazioni amorose
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Max Pezzali si è raccontato nel corso di una lunga intervista concessa al Corriere della Sera: «Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza, il sentirsi sempre un po’ fuori, quello che non va bene. Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati».

Sfigato.

«Sfigatello».

Poi…

«Quando al liceo ho messo le lenti a contatto non mi sono più sentito trasparente. Le ragazze si accorgevano di me anche se non ero un adone. Però il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore…come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono “vada vada”».

Il successo non ha creato un’altra sindrome dell’impostore? Non quella di non meritare quello che hai, ma di fingere di essere quello che non sei? Cantare i nerd ed essere l’artista che vende più biglietti quest’anno: 650 mila.

«Ho sempre pensato che non sarebbe durata a lungo, che la fine sarebbe stata vicina. Anche adesso sono in attesa di una catastrofe imminente che rimetta le leggi dell’universo in equilibrio. Ho sempre questa voce di mia madre dietro che dice “adesso che va bene… può solo andare peggio”».

Quando è stata la prima volta?

«Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo. Fu una cosa molto bella anche se molto traumatizzante: per lei non era la prima volta, ma per me sì... Su quel momento ci ho fatto pure una canzone, “Lo strano percorso”. Il sesso è qualcosa che apprendi in teoria grazie ai racconti dei più grandi o dalla stampa, diciamo così, specializzata. Quando ti ci trovi dentro è spiazzante».

«Sei un mito» è la storia di un amore impossibile?

«È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione — per le feste di Radio Deejay — e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…»

Come si chiamava il mito?

«…ricordo i nomi di tutte, ma questo non lo dico per evitare tragedie. Lei, che in altre circostanze non mi avrebbe considerato, accetta di uscire con me. È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire».

La sua generazione scopriva il mondo col motorino. Quella di adesso col cellulare. Chi ha vinto?

«Ho un adolescente in casa, e lo vedo crescere nella stessa città in cui sono cresciuto io…I ragazzi di questa generazione sono piccoli eroi per quello che hanno superato durante il Covid, che li ha fatti crescere distanziati. Per noi il motorino era il mezzo, anche per le ragazze col Ciao che non si interessavano di meccanica, per arrivare all’appuntamento con la compagnia in un dato luogo e a un certo orario. Oggi tutti si geolocalizzano con lo smartphone. Sarà anche rassicurante per i genitori apprensivi, ma lascia meno spazio all’improvvisazione, alle bigiate a scuola… A me spiace un po’ vedere che oggi si pensa di proteggere qualcuno tenendolo lontano dai pericoli. In quel modo non lo aiuti».

E la droga?

«Nella mia generazione, in ogni compagnia a un certo punto c’era un 30-40 per cento di incidenza dell’eroina. Ho visto tanta gente morire. E molti si raccontano di essere stati più furbi, di essersi salvati per la paura dell’ago… alla fine è stata una casualità».

Nessuna relazione manco con le droghe leggere?

«Avevo un problema: quelle poche volte che mi hanno passato una canna — “dai, fai un tiro” — sono finito a vedere i mostri. Non so se è paura di perdere il controllo, paura di dire ad alta voce i miei pensieri o che altro: gli altri ridevano, e io mi mettevo in un angolo».

Mamma e papà?

«Mamma segretaria alla Facoltà di Farmacologia aveva il sogno che mi laureassi. Papà si era indebitato per comprare il negozio di fiori, lo ricordo spesso al lavoro di notte, durante le feste…».

Ha chiamato suo figlio Hilo.

«Una città delle Hawaii che prende il nome da un esploratore polinesiano. Mi affascina la storia degli esploratori polinesiani che hanno attraversato il Pacifico senza sapere cosa avrebbero trovato, avevano una fede incrollabile nel trovare terra nuova. Mi sembrava bello come messaggio».

Il piccolo gliel’ha mai rinfacciato?

«All’inizio mi diceva che avrebbe preferito un nome tipo Federico, ma adesso lo sente suo».

Il suo primo ricordo?

«Avrò 2-3 anni e sono in campagna ad Albuzzano, dieci chilometri da Pavia, con mio nonno contadino che mi insegna le direzioni, destra e sinistra: da una parte Boffalora, dall’altra la chiesa. Ancora oggi, ad ogni svolta, il mio cervello sovrappone l’immagine di quel bivio tra Boffalora e la chiesa».

E politicamente cosa sceglie: destra o sinistra?

«Sono fra il liberale e il libertario: sono per il laissez faire in economia e a favore di tutte le libertà individuali, anche di quelle di chi ci sta sulle scatole, nella vita di tutti i giorni. Da fan di Vasco mi ero avvicinato alle tematiche dei Radicali, li ritenevo una voce necessaria».

L’amicizia con Jovanotti?

«Lui mi offre sempre la battuta per non farmi fare quella figuraccia…canto esclusivamente grazie a lui. Ho un eterno debito di riconoscenza nei suoi confronti. Nel 1989, agli esordi, io e Mauro ci chiamavano “I Pop”: mandammo a lui una cassetta con la nostra musica e nonostante fosse inascoltabile, e non solo col senno di poi ma anche con quello di allora, ci passò in radio».

C’è un’altra cassetta fondamentale. Quella che mandaste a Claudio Cecchetto…

«Due anni dopo, stavo finendo il servizio civile in Croce Rossa ed ero davanti al bivio: laurearmi o dedicarmi alla musica non solo come hobby. Lasciammo la cassetta alla portineria di Radio Deejay e Cecchetto ci fece chiamare da Pierpa Peroni (produttore storico di Max ndr). “È una bomba”. Cominciò tutto da lì».